SE NON STAMPI NON ESISTI
Stampare le proprie fotografie significa dare loro un corpo, una presenza concreta che resiste al flusso incessante delle immagini digitali. In un’epoca in cui produciamo e consumiamo fotografie con estrema rapidità, la stampa introduce una pausa: obbliga a scegliere, a valutare, a riconoscere quali immagini meritano davvero di diventare memoria tangibile. Questo processo di selezione trasforma lo scatto da gesto impulsivo a atto consapevole, restituendo dignità e peso al momento fotografato.
La fotografia stampata possiede una qualità esperienziale che lo schermo non può replicare. La carta, la texture, il formato e persino l’imperfezione del supporto contribuiscono a costruire un rapporto fisico e intimo con l’immagine. Guardare una stampa implica un tempo diverso: lo sguardo si sofferma, esplora i dettagli, torna indietro. La fotografia diventa oggetto, presenza nello spazio domestico o espositivo, capace di dialogare con la luce e con il passare degli anni. In questo senso, la stampa non è solo riproduzione, ma interpretazione materiale dell’immagine.
Stampare le proprie foto è anche un atto di responsabilità verso la memoria. Gli archivi digitali sono fragili, soggetti a obsolescenza tecnologica, perdita di dati e sovraccarico visivo che finisce per rendere invisibili le immagini più importanti. La stampa, invece, crea tracce durevoli e condivisibili, che possono essere toccate, donate, tramandate. Essa restituisce alla fotografia la sua funzione originaria: essere testimonianza, racconto e presenza nel tempo, non solo file destinato a scorrere in un flusso infinito.
Stampare una fotografia è come trattenere un respiro prima che svanisca. È scegliere di salvare un istante dal naufragio silenzioso della memoria, impedirgl